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domenica 1 novembre 2026

Noi, 'un po' meno': la superficialità dei cliché e l'anestesia del cinema italiano

Voto: 2/5 Il film Noi, un po' meglio di Daniele Luchetti si inserisce in quel filone del cinema italiano contemporaneo che, pur toccando temi enormi e complessi come il trauma dell'abbandono materno e il tortuoso iter burocratico dell'adozione, sceglie la via del pietismo e dei cliché della commedia sentimentale generalista. Nonostante l'innegabile bravura di Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, l'opera sbatte contro una superficialità di scrittura che penalizza l'intero progetto. Liquidare le motivazioni profonde della protagonista Lucia con un generico "è fuori di testa", o ridurre il personaggio di Simone a un uomo che le corre costantemente dietro annullando se stesso, evidenzia un vuoto narrativo che nessuna confezione formale può colmare. Il lungometraggio porta alla luce tre problemi strutturali ben precisi del sistema industriale nostrano: La sindrome della scrittura a troppe mani e il vuoto psicologico La presenza di quattro o cinque firme nei crediti della sceneggiatura produce il classico effetto di compensazione, dove i nodi non vengono mai al pettine. Si assiste all'incomprensibile dinamica di Simone: un uomo proveniente da una famiglia bella, allegra e solida, che decide di annullarsi per inseguire il buio di una donna isterica, imprevedibile e incapace di capirlo. La sceneggiatura non approfondisce minimamente le motivazioni di Lucia, né il suo mancato rapporto con la madre. Al contempo, mostra Simone mentre rifiuta categoricamente di amare la sua ex compagna — una donna equilibrata, adatta alle sue esigenze, rimasta vedova con una figlia — preferendo farsi trascinare in una spirale tossica. Lucia, alla prima difficoltà reale, scappa e lo tradisce, evidenziando una fragilità strutturale che rende la trama priva di logica psicologica. Il paradosso dell'adozione e il finale grottesco L'incoerenza narrativa tocca il culmine quando questa coppia dagli equilibri palesemente incerti pretende di adottare un bambino. Il film fallisce nel porsi la domanda fondamentale: come può una coppia così fragile, che si sfalda già all'inizio per poi ricomporsi in modo maldestro e grottesco nel finale, farsi carico dei traumi, delle difficoltà psicologiche e dell'abbandono che un figlio adottivo porta inevitabilmente con sé? Liquidare un percorso così doloroso e complesso con un happy ending superficiale dimostra una totale mancanza di rispetto verso il tema trattato, sacrificato sull'altare del sentimentalismo rassicurante. L'effetto "algoritmo", la pigrizia culturale e la vanità dei social Questo cortocircuito narrativo si scontra con la reazione del pubblico e dei canali di comunicazione. Il sistema delle major e dei finanziamenti preferisce non rischiare, affidandosi a prodotti medi e politicamente corretti che non disturbano nessuno. Di conseguenza, si assiste a una pioggia di commenti positivi sui social network: reazioni spesso fatue, superficiali e guidate dall'effetto "algoritmo" o dal traino di un marketing aggressivo e di attori molto amati. La massa risponde per abitudine e assuefazione a ciò che le viene costantemente somministrato in TV e sulle piattaforme nazionali. Chi conserva sensibilità, cultura e un senso critico lucido, invece, non può che provare una profonda frustrazione di fronte a un'operazione così confezionata bene nell'estetica, ma drammaticamente vuota nei contenuti.